Grex Tityri

 

 

 

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Grex Tityri

 

 

 

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Questa storia accompagna l'ascolto del CD

La manfredina
(strumentale)

Che Dio ti salvi, gentile ascoltatore che hai deciso di avventurarti nei secoli bui  del medioevo! Ma non temere, non ti lasceremo proseguire da solo in cotanta oscurità,  noi ti saremo luce e guida. Chi siamo noi?  Siamo i giullari, noi siamo:
Il gregge di Titiro.
Ora non immaginarci come esseri brutti, goffi, gobbi, e storti, fastidiosi e ridanciani (così di solito si visualizza il giullare nell'immaginario collettivo): brutti lo siamo, ma è solo una coincidenza (qualcuno di noi è anche fastidioso), in realtà siamo semplicemente dei musici girovaghi, viaggiamo di paese in paese invitando a danzare la gente nelle piazze dei villaggi o, quando abbiamo fortuna, veniamo chiamati a dilettare i nobili signori nei loro castelli.
Se vorrai seguirci, caro ascoltatore, ti condurremo in viaggio con noi  attraverso l'Europa del XIII secolo: ti faremo conoscere personaggi famosi e ti racconteremo le loro storie.
Abbia dunque inizio il nostro viaggio! Partiremo dall'Occitania: la patria dei giullari. Si chiama Occitania quella terra che nel sud della Francia si estende dall'oceano al Mediterraneo costeggiando i Pirenei, proseguendo poi nella Provenza e nell'alta Savoia. É così chiamata perché vi si parla la lingua d'oc, lingua in cui  l'affermazione “sì” viene tradotta “oc” distinguendosi in tal modo dalla Francia del nord dove “sì” si dice “oil”. Già questo particolare ti potrà, caro amico, far capire quale fierezza e quale voglia d'indipendenza ha  la nostra terra: molti sono i sovrani che possono vantarne i diritti, pochi quelli che effettivamente sono riusciti a farlo. Siamo di fatto un paese libero! Liberi anche da un'eccessiva oppressione da parte della Chiesa cattolica che a causa della sua sfrenata corruzione ha perso la propria credibilità a favore di altre tendenze religiose che ovviamente la curia romana condanna come “eresie”. Grazie a questa situazione anche la musica sfugge al dominio ecclesiastico e si inizia a veder gente che suona e danza per le strade: nascono i giullari!
Vieni caro amico, seguici laggiù verso quelle luci che vedi brillare nell'oscurità: è una locanda, siamo a Mirepoix un villaggio che sorge ai piedi dei Pirenei, poco distante da Tolosa. Là, seduti davanti ad un boccale di vino buono, canteremo e danzeremo tutta la notte: ti faremo ascoltare una vecchia ballata della Linguadoca che parla della bella e giovane regina dell'aprile, simbolo della primavera, la quale scaccia il suo vecchio marito geloso: il re del gelo!

A l'entrada del tens clar

A l'entrada del tens clar, eya    Quando arriva la bella stagione, eya
Per joia recomençar, eya          Per ridonare la gioia, eya
E per jelos irritar, eya               E per irritare il geloso, eya
Vol la regina  mostrar               La regina vuol mostrare
Qu'el es si amoroza                 Quanto è amorosa
(Rit.) A la vi' a la via gelos       (Rit.) Vattene via, vattene via geloso
Laissaz nos, laissaz nos            Lasciaci, lasciaci
Ballar entre nos, entre nos        Danzare tra noi!


El'a fait per tot mandar, eya      Ella ha mandato un bando in tutte le sue terre, eya
Non sia jusqu'à la mar, eya       Affinchè non ci sia fino al mare,eya
Pulcela ni bachelar, eya             Fanciulla né giovane, eya
Que tuit non venguan dançar     Che non vengano a danzare
En la dansa joioza (Rit.)            La danza gioiosa (Rit.)


Lo reis i vien d'autra part, eya    Ed ecco che arriva il re, eya
Per la dansa destorbar, eya       Per disturbare la danza, eya
Quel el es en crementar, eya      Poichè egli teme, eya
Que om no li voill'emblar           Che gli vogliano rubare
La Regina Aurilloza (Rit.)           La Regina dell'Aprile (Rit.)


Mais per nient lo vol far, eya      Ma tutto è vano ciò che fa, eya
Qu'ela n'a sonh de viellart, eya   Chè Ella non si cura di un vecchio, eya
Mais d'un leugier bachelar, eya   Ma di un giovane ballerino, eya
Qui ben sapcha solaçar              Che sa bene come sollazzare
La Domna savoroza (Rit.)          La donna saporosa (Rit.)


Qui donc la vezes dançar, eya    Chi dunque la vedesse danzare, eya
E son gens cor deportar, eya      E vedesse volteggiare il suo bel corpo, eya
Ben pogrà dir de vertat, eya       Ben potrà dire in verità, eya
Qu'el mont non aja sa par          Che al mondo non ha pari
La Regina joiosa (Rit.)               La Regina gioiosa (Rit.)


Buon giorno caro amico, dormito bene? Come dici? Sei confuso, non sai dove ti trovi e ti duole la testa! Ora ti spiego: è mattino, sei sul nostro carro nuovamente in viaggio. La testa ti duole perché ieri sera nella locanda hai bevuto oltre misura assieme agli altri miei due compagni che vedi ancora addormentati li dietro nel carro: quello più basso e peloso è Pillo,  mentre quello alto e magro è Niccio (in Ciociaria, sua terra d'origine, significa il secco). Quella ragazza che dorme raggomitolata li in fondo, e che come ricorderai ha danzato tutta la notte sui tavoli della taverna la chiamiamo la Pazza, mentre la fanciulla che ci segue a piedi camminando dietro al carro è la Scialba: è in cerca di erbe e radici per fare qualche unguento medicamentoso probabilmente per curarsi le labbra, le si spaccano sempre dopo aver suonato a lungo la cornamusa. Sono sue tutte le erbe ed i fiori che vedi appesi ad essiccare alle pareti del carro, segui il mio consiglio chiedile di darti qualcosa che faccia passare il tuo mal di testa. Come dici? Vuoi sapere chi sono io? Mi chiamano la Lupa, dicono che io abbia un “buon carattere”, e questo che siede a cassetta affianco a me, grosso, nero e peloso, è il nostro cane: Merlino.
Questa notte, amico mio, dormiremo in letti caldi e morbidi e mangeremo alla mensa di un grande Signore: siamo diretti a Foix, sui Pirenei, al castello del Conte Raimondo Ruggero. Sai io sono nata nel villaggio di Foix, il Conte conosce bene me ed i miei compagni, ci accoglierà con amicizia. Canteremo per lui le canzoni dei trovatori, i quali scrivono canti d'amore talmente  belli che ogni dama che li ode non può fare a meno di amarli. I trovatori, autori attenti a tutti gli aspetti della vita sociale che li circonda, passati alla storia come corteggiatori cortesi, sono in realtà amanti trasgressivi e passionali. Voglio raccontarti la storia di Bernart de Ventadorn: Bernart era il figlio della fornaia del castello di Ventadorn e di un arciere.   Col passare del tempo Bernart divenne talmente  bravo nell'arte del poetare e scrivere musica che fu chiamato trovatore, trattato da pari a pari dal suo stesso Signore: il Visconte de Ventadorn. Come ti dicevo prima, i Trovatori scrivono canti d'amore talmente belli che ogni dama che li ode non può fare a meno di amarli e così fu anche per la Signora de Ventadorn che di lì a breve tempo si innamorò pazzamente di Bernart e lui di lei. Vivendo sotto lo stesso tetto la conseguenza fu inevitabile: i due innamorati finirono per… per… (come dire…) ecco! Diciamo per “accavallarsi” una sotto ed uno sopra. Quando se ne avvide il Visconte de Ventadorn, se ne adombrò un tantino e Bernart intuì che  forse era il caso di lasciare il Castello natio per cercare nuove avventure. Bernart era veramente un bravo trovatore, tanto da venir chiamato a prestare il suo servizio ad una corte reale: quella di Enrico II il Plantageneto, che aveva da poco sposato Eleonora D'Aquitania. Mi sembra d'aver già detto come i trovatori (e quindi anche Bernart) scrivessero canti d'amore talmente belli che ogni dama che li udiva non poteva fare a meno d'amarli, anche Eleonora D'Aquitania non poteva sfuggire a questa legge: in breve tempo si innamorò di Bernatrt e lui di lei ed inevitabilmente, vivendo sotto lo stesso tetto i due amanti finorono accavallati. A questo punto occorre fare una precisazione: Eleonora D'Aquitania era nota ai suoi tempi anche come  “Eleonora la Zozza” a causa della sua abitudine di accavallarsi non solo con Bernart, ma con un'intera scuderia di stalloni. Capitò, infatti, un bel giorno, che mentre Bernart era in procinto di accavallarsi con Eleonora arivasse un altro cavallo. Eleonora, imbarazzata, fece nascondere Bernart in una cassapanca, ma dall'interno del mobile, attraverso una fessura, Bernart riusciva a vedere ciò che accadeva nella stanza. E, come racconta in una sua splendida canzone, vide l'allodola che apriva e chiudeva le ali contro il sole che la scaldava (l'allodola era Eleonora che apriva e chiudeva le braccia contro il corpo caldo del suo amante). Bernart se ne adombrava alquanto, ma non era nella posizione di avanzare pretese, altro non poteva fare se non continuare a celebrare il suo amore contrastato nei canti da lui composti pensando alla sua Eleonora.


Can l'erba fresch'e lh folha par

Can l'erba fresch'e lh folha par                      Quando appaiono l'erba fresca e la foglia
e la flors boton'el verjan                                e sul ramo sboccia il fiore,
e'l rossinhols autet e clar                               quando alta e limpida l'usignolo
leva sa votz e mou so chan                            fa risuonare la sua voce e comincia a cantare
joi ai de lui e joi ai de la flor,                         provo gioia dell'usignolo e dei fiori
e joi de me e de midons major.                     e gioia di me e maggiormente della mia donna.
Daus totas partz sui de joi claus e sens          La gioia mi circonda e risveglia i miei sensi
mas sel es joi que totz autres jois vens.          ma questa è gioia che vince tutte le altre.

Ai las! Com mor de cossirar!                        Ahimè! Come muoio pensando a lei!
Que manhtas vetz en cossir tan:                     Spesso mi perdo in tali fantasie
lairo m'en poirian portar                                che i ladri potrebbero rapirmi
que re no sabria que's fan.                             senza che io me ne accorgessi.
Per Deu, Amors! Be'm trobas vensedor:        Per Dio, Amore! Ben ti è facile vincermi:
ab paucs d'amics e ses autre senhor.              con pochi amici e senza altro signore.
Car una vetz tan midons no destrens              Perché con costringi una volta la mia donna ad acconsentirmi
abans qu'eu fos del dezirer estens!                 prima  ch'io muoia dal desiderio?

Meravilh me com posc durar                         Mi meraviglio come posso resistere
que no'lh demostre mo talan.                         a non dimostrarle il mio desiderio.
Can eu vei midons ni l'esgar,                         Quando guardo la mia donna nei suoi begli occhi
li seu bel olh tan be l'estan                              mi accorgo che le stanno sì bene al viso
per pauc me tenh car eu vas leis no cor.         che a stento mi trattengo dal correre verso di lei.
Si feira eu si non fos per paor,                       E lo farei se non mi trattenesse la paura,
c'anc no vi cors melhs talahtz ni depens          poiché non vidi mai che un corpo meglio fatto per l'amore
ad ops d'amar si tan greus ni lens.                  all'atto dell'amore sia tanto svogliato e lento.

Tan am midons e la tenh car                          Tanto amo la mia donna e tanto mi è cara,
e tant la dopt'e la reblan                                 e tanto la rispetto e le sono devoto
c'anc de me no'lh auzei parlar,                        che non ho mai osato parlarle di me,
ni re no'lh quer, ni re no'lh man.                      nulla le chiedo e nulla pretendo.
Però ilh sap mo mal e ma dolor                      Però ella conosce il mio male e il mio dolore
e can li plai mi fai ben et onor,                        e quando le piace mi benefica e mi onora,
e can li plai eu m'en sofert ab mens                 e quando le piace sopporto la mancanza dei suoi favori
per so c'a leis no'n avenha blastens.                affinché non gliene venga biasimo.

S'eu saubes la gen enchantar                          Se io sapessi incantare le persone
mei enemic foran efan,                                    i miei nemici diverrebbero fanciulli,
que ja us no subra triar                                   sì che nessuno saprebbe escogitare
ni dir re que'ns tornes a dan.                           ne dire cosa che ci recasse danno.
Adonc sai eu que vira la gensor                      So che allora potrei vedere liberamente la mia donna
e sos bels olhs e sa fresca color,                     con i suoi begli occhi e il suo fresco colorito,
e baizera'lh la bocha en totz sens                     e le bacerei la bocca in ogni parte
si que d'un mes i paregra lo sens.                    si da lasciarvi i segni per un mese.


Caro amico, come avrai capito, noi giullari oltre che suonare e cantare amiamo raccogliere storie, notizie e raccontarle alla gente che incontriamo. Sai ai nostri tempi non esiste la televisione e le poste funzionano quasi peggio delle vostre per cui capita spesso che qualcuno dica:
- ” Olà giullare, quando passi per Albi, porta mie notizie a mia sorella che è la moglie del mercante di stoffe ! ” - oppure:
- ” Olà giullare, che notizie mi porti della guerra in Linguadoca?” -
- ” I raccolti sono distrutti, le città sono saccheggiate, nella sola città di Beziers sono state uccise più di 7000 persone: vecchi, donne, bambini, tutti morti! Un esercito di oltre 10.000 uomini ha invaso la nostra terra: sono i baroni della Francia del nord, ma il vero capo di questa “Crociata” è la Chiesa di Roma, è Arnaldo Amalrico Abate di Citeaux, Arcivescovo di Narbonne. Con la scusa della repressione dell'eresia Catara, Roma vuole in realtà riappropriarsi di territori da cui la sua stessa corruzione l'aveva esclusa.” -
È il 22 luglio 1208, il giorno di S. Maddalena. Prima dell'attacco alla città di Beziers un ufficiale chiede all'Abate di Citeaux:
- ” Monsignore, come faremo a riconoscere gli eretici dai veri credenti?” -
L'Abate risponde:
- ” Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi!” -

Dies irae

Dies irae, dies illa                       Il giorno dell'ira, quel famoso giorno
solvet saeculum in favilla.           distruggerà il mondo nella cenere.
Teste David cum Sibylla.           Lo profetizzano David e Sibilla.
Quantus tremor est futurus,        Vi sarà un grande terremoto,
quando judex est venturus,        quando il giudice arriverà,
cuncta stricte discussurus.          e distruggerà tutto completamente.
Tuba mirum spargens sonum      Una tromba, spargendo un suono straordinario
per sepulcra regionum                attraverso i sepolcri di tutte le regioni,
coget omnes ante thronum.         chiamerà ognuno davanti al trono del giudice.
Mors stupebit et natura              Si stupiranno la morte e la natura
cum resurget creatura                 quando le creature risorgeranno
judicanti responsura.                   per rispondere a colui che giudicherà.
Liber scriptus proferetur,            Un libro sarà portato,
in quo totum continetur,              nel quale è contenuto tutto ciò che l'uomo ha commesso,
unde mundus judicetur.               tramite il quale il mondo sarà giudicato.
Judex ergo cum sedebit              Quando il giudice siederà sul trono
quid quid latet apparebit.             tutto ciò che è nascosto apparirà.
Nil inultum remanebit.                 Nulla rimarrà invendicato.
Lacrimosa dies illa                      Lacrimoso quel giorno
qua resurget ex sfavilla                nel quale risorgerà dalla cenere
judicantus homo reus.                 l'uomo reo per essere giudicato.
Huic ergo parce Deus.                Dio abbi pietà di lui.
Pie Jesu Domine                         O pio Signore Gesù
dona eis requiem. Amen.            dona a loro la pace. Amen.


Ma ad un giullare non è concesso il dolore. Per cui saliamo sul carro e riprendiamo il nostro viaggio lasciando dietro di noi i rossi bagliori dei villaggi incendiati ed i nostri cari al loro destino incerto, ma ancor più incerto sarà se durante l'estate non ci guadagneremo il necessario per far fronte ai rigori dell'inverno.…Guarda Niccio, com'è scuro in viso! Pensa al suo bambino, a Niccitto, che ha dovuto lasciare a casa in un paese scosso dalla guerra. Ma la vita di Niccio è una guerra anche in tempo di pace, d'altra parte non è sempre per i figli che vale la pena combattere le nostre battaglie?
Guarda caro amico come corre veloce il nostro carro, sporgiti in fuori e vedrai la strada fuggir via risucchiata all'indietro e insieme ad essa fulminei passano gli anni, forse per quella strana legge della relatività del tempo che ha permesso anche l'impossibile incontro fra te e noi.
Eccoci dunque diretti alla corte di Thibaut IV Conte de Champagne, egli stesso musico e poeta assai valente accoglie sempre di buon grado gli artisti che provengono dalla Provenza. In questa corte, nella seconda metà del secolo scorso, avvenne il trapianto determinante dello stile provenzale nella lirica settentrionale: Maria de Champagne, figlia di Eleonora D'Aquitania e sposa di Enrico I de Champagne,  prese sotto la sua protezione Chretien de Troyes, grande romanziere, che fu forse il primo poeta settentrionale a comporre canzoni d'amore al modo dei trovatori. Scrisse anche numerosi romanzi sulla materia di Bretagna, vale a dire storie imperniate intorno alla corte del favoloso Re Artù.  Queste vicende divennero di gran moda e lo sono restate fino a tutt'oggi: questa sera, infatti, al Conte Thibaut narreremo la storia di Tristano ed Isotta:
Tristano, un giovane bello e valente, viveva alla corte dell'anziano Re Marco di Cornovaglia di cui era il nipote. Un giorno fatale Re Marco sposa Isotta, una ragazza giovane e bellissima. Devi sapere, mio caro amico, che Tristano fra le altre cose era anche un trovatore, ed in quanto tale, come puoi ben immaginare, scriveva dei canti d'amore talmente belli che ogni dama che li udiva non poteva fare a meno di amarlo. Ed infatti, inesorabilmente, Isotta s'innamora follemente di Tristano e lui di lei e vivendo sotto lo stesso tetto dopo breve tempo i due amanti finirono per accavallarsi ripetutamente. Quando Re Marco venne a sapere, ad opera dei suoi maldicenti consiglieri, che Tristano si accavallava con la sua giovane sposina se ne adombrò un poco: scacciò il nipote e lo condannò a l'esilio. Tristano, disperato all'idea di dover vivere lontano dalla sua Isotta, si rifugia in Bretagna dove si dedica ad imprese cavalleresche eroiche, ma spericolate, durante una delle quali viene gravemente ferito. La ferita è grave: solamente le cure ed il conforto di Isotta possono dargli la forza necessaria per combattere la morte. Così Tristano manda il suo fedele scudiero in Cornovaglia a pregare Isotta di lasciare il Re Marco e di correre da lui, e prima della partenza egli fa questa raccomandazione al suo servitore:
-” Dalla finestra posta davanti al letto dove giaccio io vedo il mare. Vedrò partire e tornare la tua nave. Se al ritorno Isotta sarà con te issa una vela bianca, se invece vedrò issata sulla barca una vela nera saprò che lei non è voluta venire”. -
Devi sapere, però, amico mio, che durante il soggiorno in Bretagna, Tristano aveva conosciuto una ragazza che si chiamava anche lei Isotta, che noi chiameremo “Isotta Cattiva” per distinguerla dall'altra. Vuoi sapere perché era “Cattiva”? Perché si era innamorata pure lei di Tristano (che come tu ben sai era un trovatore che scriveva canti d'amore talmente belli che… ecc.… ecc.) e non sopportava il fatto che egli amasse l'altra Isotta. Sventuratamente “Isotta Cattiva” ascoltò ciò che Tristano disse al suo scudiero, gli restò accanto con la scusa di curare la sua ferita e quando vide tornare la nave, che chiaramente issava la bandiera bianca, mentì e si affrettò a dirgli che issava una bandiera nera. Tristano muore all'istante di sconforto.
Frattanto “Isotta Buona” è sbarcata e corre, corre, corre, verso Tristano, ma quando giunge presso di lui lo trova morto, allora, disperata, prende la spada del suo innamorato e si trafigge il cuore


Lamento di Tristano
(strumentale)


Siamo ora nel nord della Francia, nelle terre di Luigi VIII e dei suoi baroni che così brutalmente continuano a domare la nostra terra. Non ci resteremo a lungo, le attraverseremo velocemente. Credo che questi Signori soffrano d'invidia!
Pensa, caro amico, che alcuni fra loro tentano di copiare i nostri trovatori: si fanno chiamare trovieri,  compongono musica e creano poesie nella loro lingua, la lingua d'oil, ma c'è una differenza eclatante: mentre i trovatori, come ben ricorderai, scrivono canti d'amore talmente belli che ogni dama che li ode non può fare a meno d'amarli, i trovieri, al contrario non sempre riescono a conquistare il cuore della damigella amata.
Ascolta quel che racconta il “povero” troviere Moniot D'Arras in questo suo canto:


Ce fu en mai

Ce fu en mai                        Accadde in maggio
Au douz tens gai,                 al tempo dolce e gaio
Que la saisons est bele,        della bella stagione.
Main me levai,                     Un mattino
Joer m'alai                            mi incamminai e giunsi
Lez une fontenele.                 nei pressi d'una sorgente.
En un vergier                        In un boschetto
Cols d'aiglentier                    racchiuso fra siepi di rose
Oi une vielle ;                       udii il suono di una viella ;
La vi dancier                        la vidi danzare
Un chevalier                         un cavaliere
Et une damoisele.                 ed una damigella.

Cors orent gent                    I loro corpi erano belli
Et avenant,                           ed avvenenti,
Et molt tres bien dançoient;   ed erano molto abili nella danza ;
En acolant                            abbracciandosi
Et en baisant                         e baciandosi
Molt bieu se deduisoient.       provavano gran piacere.
Au chief du tor,                     Sulla cima di un tor (collina consacrata alle divinità precristiane)
En un destor,                         in un luogo appartato,
Doi et doi s'en aloient ;          si recavano due a due ;
Le jeu d'amor                        ai giochi d'amore
Desus la flor                          distesi sui prati
A lor plaisir faisoient.             si dedicavano a loro piacere.

J'alai vers aus,                       Andai verso loro
Dis lor mes maus                   e raccontai la mia triste storia:
Que une dame amoie,            che amo una dama
A cui loiaus                            per la quale amante leale
Sanz estre faus                       e fedele
Tot mon vivant seroie.            sarei per la vita intera.
Por cui plus trai                     Per lei io soffro
Peine et esmai                        pene e tormenti tali
Que dire ne porroie.              da non poter essere descritti.
Et bien le sai,                         E so bene
Que je morrai,                       che potrei morire
S'ele ne mi ravoie.                 se ella non mi concederà il suo amore.

Tot belement                        Cortesemente
Et doucement                        e dolcemente
Chascuns d'aus me ravoie.,    ognuno di loro mi diede conforto
Et dient tant                           e pregarono Dio
Que Dieus briement               affinchè mi concedesse
M'envoit de celi joie.             un po' di gioia.
Por cui j'atent                        Così alleviarono
Paine et torment :                   la mia pena e il mio dolore :
Et je lor en rendoie                a loro rendo grazie
Merci molt grant                    con tutto il cuore
Et en plorant                          e piangendo
A Dè les comandoie.             li raccomando a Dio.

Abbiamo ripreso come sempre il nostro viaggio. Stiamo tornando verso i Pirenei, ma questa volta li  attraverseremo per recarci in Spagna. La strada che percorriamo è una strada assai frequentata in questi tempi: è il Cammino di Santiago, frotte di pellegrini vi si avviano per giungere a Santiago de Compostela a pregare nel famoso Santuario di S. Giacomo. Qualche anno fa passò di qui anche Francesco d'Assisi, la cui madre era una figlia di Provenza, per recarsi alla tomba di San Giacomo e poi imbarcarsi per il Marocco, ma una malattia lo costrinse a rinunciare al viaggio. …Ascolta come arranca il nostro carro mentre si inerpica lungo l'angusta via del passo sui Pirenei. Avanziamo lentamente, ma più veloce è invece lo scorrere del tempo: abbiamo raggiunto ormai la metà del XIII secolo.… Stiamo lambendo le amiche terre di Navarra per poi ridiscendere in Spagna nelle terre di Castiglia e di Leon dove regna Re Alfonso X detto “El Sabio”, il Saggio.  Re Alfonso è un sovrano tollerante e illuminato: nei suoi domini,  amico mio, vedrai vivere in pace cattolici, ebrei e musulmani.  Egli è anche un trovatore e, in quanto tale, scrive canti d'amore talmente belli che… eh no!… Questa volta non funziona come tu pensi! Perché devi sapere che la donna ideale di Re Alfonso è nientemeno che la Vergine Maria e a lei sono indirizzati i canti che egli compone, anzi ha commissionato ai musici più bravi, siano essi provenzali, spagnoli, portoghesi od arabi,  la composizione di canti di ispirazione Mariana e ne ha ricavato una collezione di oltre 400 cantiche chiamate Cantigas de Santa Maria.
Il sole sta tramontando! Su queste montagne, le notti sono troppo fredde per trascorrerle nel carro. Saremo costretti a chiedere ospitalità in quel monastero che si scorge laggiù in lontananza: sarà pieno di pellegrini, ci verrà offerta una zuppa calda ed un pagliericcio sudicio su cui dormire in uno stanzone stracolmo di genti ed animali. Bisognerà accontentarsi, il freddo ti ammazza quassù! La cosa peggiore è che dovremo comportarci in modo austero e decoroso; gli uomini  di chiesa non vedono di buon occhio i giullari, giudicano il nostro come l'ultimo dei mestieri, considerano le giullaresse alla stregua delle meretrici. …Ma sbagliano a temerci, perchè troppa deve essere la fame per concedersi ad uno di loro!… Ci costringono a legare ai polsi o alle caviglie dei camapanelli, come lebbrosi, per mettere in guardia la gente onesta dalla malevola influenza dei Joglars. Per renderti questa sosta meno sgradevole ti suoneremo alcune Cantigas de Santa Maria.
Dormi bene.


Cantigas de santa maria n. 384
(strumentale)


Amico caro, è notte fonda perchè non dormi ? Che cosa ti turba?
Come dici?… Ti hanno assegnato il pagliericcio di fianco a Niccio!… Capisco, sì capisco!
È rumorosissimo:  rantola, tossisce, sputacchia e tira su col naso (… sai… soffre d'asma) ed inoltre emette strani scrocchi con la lingua sul palato! (… beh… se lo gratta)…
Hai ragione è assai molesto, ma non c'è rimedio… 
Come dici?… Preferisci spostarti a dormire fra la Scialba e la Pazza!… Certo che ti capisco!… Fa freddo… Vai pure, ma attento che il peggio non è morto mai…


Cantigas de santa maria n. 42
(strumentale)


È mattino, i primi timidi raggi  del sole si innalzano oltre l'orlo smerlato delle montagne.
È ora di riprendere il nostro cammino…
Siamo giunti nei pressi di Burgos e ci siamo accampati presso il fiume Arlanzòn. Sai caro amico, qui crescono delle canne ottime per costruire le “ance” e come vedi Scialba e Niccio sono intenti a raccoglierle ed a stiparle sul tetto del carro dove le lasceranno seccare ben coperte da un telo trattato con grasso di foca per non far passare l'umidità. Come dici?… Vuoi sapere che cos'è  “un'ancia”!? Un'ancia è formata da due sottili linguette di canna sovrapposte e si pone all'imboccatura di strumenti a fiato quali la bombarda o le cornamuse: vi si soffia dentro, l'aria passando mette in vibrazione le due linguette e produce il suono.  Si rompono con facilità e sono difficili da intonare per questo conviene sempre averne una buona scorta. Ogni volta che senti Pillo e Scialba che brontolano stai pur certo che è a causa di un'ancia. … A proposito di Pillo…    È una bella giornata, il sole splende alto e caldo nel cielo e siamo in riva ad un fiume… adesso prendo lui e Merlino e faccio un bel bagno a tutti e due! …Come dici?… Perché me ne devo occupare io? Perché sono due sudicioni maleodoranti che dormono ogni notte stretti al mio fianco.

Caro amico eccoci a Soria ospiti del vecchio Mordechai… Quante domande!… Calmo e ti dirò tutto quel che vuoi sapere: Mordechai è un anziano musicista ebreo ed è stato lui ad insegnare a Pillo a suonare l'oud e il saz, che sono strumenti di origine araba.
Pillo e Mordechai sono rimasti molto legati ed ogni volta che passiamo nei pressi di Soria ci fermiamo a salutarlo. È molto ricco ed ha, come puoi vedere, una splendida casa dove vive assieme alla sua famiglia. Ormai alla sua età si è ritirato a vita privata, ma, quando era giovane, tanto era valente come musico che aveva un incarico stabile alla corte di Navarra.
Grazie alla sensata politica di Re Alfonso numerose comunità ebraiche risiedono nei suoi territori,  vengono chiamati ebrei sefarditi ossia ebrei di Spagna.
Questa sera ascolterai i loro canti e danzerai al suono della darabukka.


Kidushin

Morena me llaman,           Mi chiamano Morena, la bruna,
Yo blanca naci                  ma quando nacqui la mia pelle era bianca.
De pasear galana              A furia di camminare, così bella, sotto il sole
Mi color perdi.                  persi il mio colore.

Vestido de verde              Vestito di verde
Y de alteli                          e di scarlatto
Qu'ansi dize la novia          è così che la sposa
Con el tchelibi.                  descrive il suo Signore.

Escalerica le hizo              Una scala fecero
D'oro y de marfil               d'oro e d'argento
Para que suva el novio      affinchè salisse lo sposo
A dar kidushin.                 a dare kidushin.

-“Dizime galana                 -“Dimmi, bella,
si queres venir”-                 se vuoi venire con me”-
-“Los velos tengo fuertes   -“Tengo fortemente al mio velo
no puedo venir”-                non posso venire”-

Morena me llaman             Morena mi chiama
El hijo del rey.                   il figlio del re.
Si otra vez me llaman         Se ancora una volta mi chiama
Yo con el me irei.              io me ne andrò con lui.


Por alli paso un cavallero

Por alli paso un cavallero           Passò di la un cavaliere
asentado y muy gentil:                sensato e molto gentile:
-“Si vos plaze, Cavallero,           -“Se vi piace, Cavaliere,
de mi tomarex plazer.”-             di me voi potete godere!”-

-“No lo quere el Dio del cielo,    -“Non lo vuole il Dio del cielo,
ni me dexa tal hazer,                   non mi è concesso un tale piacere,
que tengo mujer hermoza            perché ho una moglie bellissima
y hijos para el ben hazer.”-         e dei figli ed a questo mi consacro.”-

-“Alli vayax, Cavallero,              -“Andate per la vostra strada, Cavaliere,
todo topex al revex:                   e che tutto vi sia contrario:
tu mujer topes con otro,             che vostra moglie si conceda ad un altro
los hijos al mal hazer.”-              e i vostri figli si dedichino al male.”-


E adesso riprendiamo il nostro viaggio, raggiungiamo Valencia, ci imbarchiamo, e ci rechiamo nelle mitiche e remote terre del sud, nel regno favoloso di Federico II: il regno più splendido e più florido di tutta l'Europa medioevale. «Le città sono ricche, magnifiche! Palermo è una città inimmaginabile! Gli arabi la chiamano Al Madinà, la paragonano ad una bianca colomba: incantevoli giardini fioriti di agrumi e gelsomini, lussureggianti palmizi, limpidi laghetti densi di papiri, fontane zampillanti e poi le chiese sfavillanti d'oro, gioielli irripetibili. Quindi i palazzi reali: la Zisa, la Cuba, la Favara, il Menani belli come una preziosa collana d'ambra attorno al collo di una giovinetta. Accanto il fascino della Palermo araba: numerose moschee con esili minareti ed altri edifici in stile moresco adorni di colonne e di arabeschi. Le strade pulsano di vita e di commercio e sono affollate da una moltitudine variopinta di gente di ogni paese. Le donne cristiane spesso sono abbigliate anch'esse alla saracinesca, tal'ora anche velate, con abiti di zendalo, con drappi serici dai vivaci colori, con babbucce ricamate, gli occhi bistrati e profumate di sandalo. Pulsa l'operosità delle maestranze saracene: i mercati traboccano spezie, profumi, sete, drappi, damaschi, gioielli ed oggetti preziosi. Il regno svevo brilla in tutta l'Europa medioevale come esempio di illuminata e consapevole tolleranza: nessuno deve essere maltrattato per il fatto di essere ebreo o saraceno. Aver lasciato gli arabi liberi di professare la loro fede e di conservare le loro usanze li ha trasformati nei più fedeli sostenitori dell'Imperatore: la guardia imperiale, infatti, legata a  lui sino alla morte, è saracena, così i temibili balestrieri, così le tessitrici e le danzatrici della sua corte.»
La corte di Federico è una corte itinerante poiché il sovrano si sposta continuamente di città in città, di castello in castello. Caro amico guarda laggiù! Sta passando il corteo reale: «in testa la guardia saracena che monta cavalli berberi riccamente bardati, poi i dromedari ed i cammelli con i palanchini su cui viaggiano le dame guardate da negri giganteschi. Poi i cavalieri ed i cortigiani su agili corsieri in mezzo ai quali avanza Federico. Dietro uno stuolo di scudieri, valletti, paggi poi i falconieri, le mute di cani con collari rossi, i leopardi e ghepardi da caccia incappucciati ed issati su selle speciali sul dorso di elefanti e poi i musici, i giocolieri e le danzatrici arabe.»


Morisca

La luna è bianca e vu' brunitta siti,            La luna 'mmanca e vu' sempri crisciti,
 edda l'argentu e vu' l'oro purtati.                            edda perdi la luci e vu' la fati.


Contro Federico c'è il Papato, sempre!
Gregorio IX ha lanciato contro l'Imperatore una scomunica per costringerlo ad intraprendere una crociata, ma Federico  ha aggirato il problema: ha stipulato un accordo con un altro campione di tolleranza dei nostri tempi, il sultano Malek al Kamil (amico fra l'altro anche di Francesco d'Assisi che fu a lungo suo ospite) ed ha ottenuto la reggenza dei luoghi santi per 10 anni senza colpo ferire. Guarda amico mio, le navi nel porto sono pronte a partire per la terra santa stracolme di soldati con la croce ricamata sul petto che anche se  non vanno a combattere rimarranno lontani anni ed anni dalle loro case e dalle loro donne disperate.


Già mai non mi conforto

1 Già mai non mi conforto             2 Vassene in altra contrada
nè mi voglio ralegrare;                 e non lo mi manda a diri,
le navi sono giunte al porto           ed io rimagno ingannata;
e vogliono collare.                            tanti  so' li sospiri
Vassene la più giente                  che mi fanno gran guerra
in terra d'oltre mare;                           la notte co' lo dia.
oi me lassa, dolente,                      Né'n cielo ned in terra
como degg'io fare?                       non mi pare ch'io sia.

3 O Santus, santus Deo                4 La crocie salva la giente
che ne la Vergene venisti,                 e me facie disviare,
tu guarda l'amore meo,                 la crocie mi fa dolente
poi da me'l dipartisti.            e non mi vale Dio pregare.
Oi alta potestade,                     Oi, crocie pellegrina,
temuta e dottata:                     perché m'hai sì distrutta?
la dolze mia amistade                     Oi me lassa, tapina!
ti sia raccomandata.                 Ch'io ardo e'ncendo tutta.

5 Lo 'mperadore com pacie             6 Le navi sono a le colle
tutto lo mondo mantene,           im bon'ora possano andare,
e a me guerra facie                 e lo mio amore co'lle,
che m'à tolta la mia spene.             e la giente che v'à andare.
Oi alta potestade                         Oi Padre criatore,
temuta e dottata,                         al santo porto 'l ducie,
la dolze mia amistade                      che vanno a servidore
vi sia raccomandata!                      de la tua santa crucie.


Caro amico, lo scorrere del tempo in questo nostro viaggio è assai bizzarro. Siamo nel 1245, il conflitto fra papato e impero si è decisamente inasprito. Papa Innocenzo IV indice un concilio per deporre Federico II. «Il Papa condanna con giudizio inappellabile e definitivo il sovrano accusandolo di eresia e di avere avuto rapporti con i principi infedeli. Il terribile verdetto di deposizione è pronunciato mentre, funebre ammonizione, i ceri di tutti i prelati presenti vengono spenti sul pavimento. E Innocenzo IV proclama la sua intenzione:
- “Bisogna distruggere fino agli ultimi discendenti questa razza di vipere. Che mai più cingano corone imperiali. Saranno cancellati dalla storia!” -
Cinque anni passano. L'Imperatore muore. Innocenzo IV esulta:
- “ È morto il basilisco, il babilonese. Si allieti il cielo, esulti la terra perché l'Imperatore è morto!” -»

Saltarello III
(strumentale)


Amico, amico dove sei? Non riesco più a vederti! Intorno a noi si è sollevata una fitta nebbia… Merlino vieni qui, non ti allontanare… Scialba… Pazza… riuscite a scorgere il nostro amico?… No, non lo vedete… Pillo… Niccio… non riuscite ad avvistarlo neanche voi… Ahimè, il tempo deve aver ripreso a scorrere secondo le sue leggi naturali ponendo così fine al nostro incontro!
Addio caro amico, portaci sempre nel tuo cuore e quando sentirai la nostra mancanza ascolta ancora questo CD e il viaggio avrà nuovamente inizio.
La Lupa.

RINGRAZIAMO DI CUORE:
- il liutaio Vincenzo Cipriani d'Assisi, che continua a prendersi cura degli strumenti da lui  costruiti: l'arpa, la symphonia, il liuto e le vielle;
- la Signora Maria Anna Causati Vanni dal cui libro “Nell'anno di Federico” sono tratte le descrizioni della Palermo federiciana, dei cortei reali e della scomunica.;
- tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del presente lavoro.